"Aver fede significa appoggiarsi sulla fede dei tuoi fratelli, e che la tua fede serva allo stesso modo da appoggio per quella degli altri. Vi chiedo, cari amici, di amare la Chiesa, che vi ha generati alla fede, che vi ha aiutato a conoscere meglio Cristo, che vi ha fatto scoprire la bellezza del suo amore." BENEDETTO XVI, Madrid, agosto 2011
Chi di noi non ha mai sognato di amare e di essere amato davvero? Liberamente, senza nessuna condizione e con la voglia di rendere felice l’altro. Chi di noi non ha mai sperato di condividere con qualcuno i sogni, le speranze, le gioie e persino le difficoltà? È qualcosa di naturale, spontaneo che caratterizza ogni giovane che nella sua crescita fa un percorso serio, radicato sui valori umani e sulla fede vissuta quotidianamente. Quell’amore vero, incondizionato che scopriamo e impariamo da Gesù Cristo dà un colore e un senso a tutto il nostro essere. Ci rende belli, trasparenti… Felici! Quell’amore di Gesù, che ha dato se stesso per ciascuno di noi, si è intrecciato con la vita di Mariah Manisha, una giovane ragazza che ha avuto il coraggio di dire "no" a un matrimonio forzato con un giovane musulmano, all'obbligatoria conversione all’Islam per le nozze e infine al tentativo di violenza sessuale da parte del ragazzo. Tre rifiuti che sono costati la vita a Mariah Manisha, cattolica, diciottenne, massacrata a colpi di pistola dal pretendente il 27 novembre 2011 nel villaggio di Samundari (diocesi di Faisalabad), nello stato del Punjab, regione nell’est del Paese. L’assassino di Mariah si chiama Arif Gujjar, tossicodipendente di 28 anni, figlio di un ricco proprietario terriero. Alcune derive politiche stanno facendo di tutto affinché si possa rimuovere l’attenzione dal caso di Mariah, popolarmente conosciuta come Maria Goretti Pakistana, che è diventata simbolo della conversione forzata delle 700 ragazze cristiane del Pakistan che ogni anno vengono rapite, violentate e poi convertire forzatamente all’Islam prima di un matrimonio “riparatore”. Secondo informazioni fornite a Fides dalla Commissione “Giustizia e Pace” di Faisalabad, “le indagini sul caso continuano, ma nel villaggio di Samundari, dove ci sono pochissimi cristiani, alcuni testimoni musulmani sono pronti a dichiarare che la ragazza si è suicidata, per scagionare il vero colpevole”. Inoltre, i capi musulmani intendono applicare il meccanismo islamico del “diyat”, il cosiddetto “prezzo del sangue”, previsto dalla sharia: un adeguato compenso economico. La famiglia della vittima concede il perdono all’omicida, ciò permette il rilascio, mettendo fine alla vicenda senza alcuna punizione legale. Mons. Khalid Rashid Asi, Vicario generale di Faisalabad e Presidente della Commissione diocesana per i giovani, spiega a Fides: “Stiamo seguendo con attenzione e con commozione questa vicenda. Aspettiamo la chiusura definitiva dell’inchiesta delle forze dell’ordine. Poi, come Chiesa locale, esamineremo il caso e tutte le testimonianze, valutando se segnalare Mariah alla Conferenza Episcopale, come martire della fede”. Per molti Mariah è già martire, cioè testimone della fede. Una testimone che ci interpella tutti, della quale morte non ci lascia rimanere indifferenti e freddi di fronte a un amore vissuto pienamente, a una fede incarnata nella vita.
Sr. Jola
Mi chiamo Maria Elena. Sono una ragazza di Nichelino che un giorno, di 4 anni fa, ha conosciuto Sr. Jola dopo una Messa serale nella chiesa antica della SS Trinità. Incontro memorabile perché ha cambiato la mia vita. Sono terza di cinque figli. Fino ai 20 anni “fare la suora” non rientrava nei miei possibili progetti di vita; poi grazie al Cammino Neocatecumenale scoprii la bellezza della Vita Consacrata. Feci varie esperienze prima in un monastero cistercense, poi come missionaria laica e finalmente nella Congregazione delle Suore Missionarie di San Pietro Claver di cui una piccola rappresentanza si era stabilita a Nichelino già da sette anni ma che io mai avevo notato nonostante abitassi a cinque minuti dal Conventino. Il 6 gennaio ho emesso i miei Primi Voti e pochi giorni fa sono rientrata in famiglia per una breve vacanza. Tanti avevano il desiderio di sapere qualcosa di me e la domanda più bella tra le tante è stata: “sei una suora vera?” rispondendo ho provato una gioia intensa. “Si sono proprio una suora, ho lasciato tutto per seguire Cristo in modo più radicale e così facendo ho trovato il senso della mia vita”.
Maria Elena Caridi
Che dire? Quando si è invitati in una comunità per ex tossicodipendenti, ci si aspetta di tutto, ma sicuramente non di divertirsi con della mollica di pane e due parole da indovinare come ad un camposcuola. Le risate che hanno aperto la serata hanno diradato quella piccola preoccupazione che ancora avevo di perdermi qualche cosa in quella notte tanto speciale per molti, ma mi sono accorto tanto cruciale per altri. Così, trascinato in quella che in un primo momento è difficile considerare famiglia, ho pienamente aperto la mente e il cuore a ciò che avrei vissuto con i ragazzi della comunità Nikodemo. Non c’è stata la paura di sbagliare, la preoccupazione di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, tutto è iniziato nel modo più naturale e tranquillo che si potesse fare in una famiglia; non ho ricevuto sguardi di dubbio, di sospetto, ma pacche sulla spalla e tanti “allora tutto a posto?”, come dire, “che mi dici di nuovo?”...come un rapporto che continua..anche se mi chiedo quando è iniziato visto che non mi è mai capitato di intavolare grandi discussioni e, seppure con qualche iniziale conoscenza, la mia presenza in questa comunità si è limitata alle partite di pallavolo del martedì sera. La serata è iniziata: i giochi durante la cena hanno divertito tutti, mi veniva voglia di partecipare e inserirmi in quelle discussioni su come uno si era comportato in un gioco piuttosto che in un altro, davvero impensabili da omaccioni con braccia tatuate e che hanno apprezzato ben altri divertimenti, ben più sofisticati, ma che forse non hanno mai permesso loro di ridere con le lacrime agli occhi. Nella seconda parte della serata mi sono reso conto di come ero distante da quello che avevo sempre fatto a capodanno: durante il gioco a tappe mi trovavo solo nella stanza caldaia e aspettavo le diverse squadre per proporgli un gioco e dare l’indizio per la tappa successiva, iniziavano ad arrivarmi i soliti messaggi di auguri, di persone con cui ho anche trascorso momenti belli, ma molto diversi da quell’esperienza. Non mi trovavo circondato da persone come accade in momenti di festa, ma non mi mancava niente; tutto quello che uno può volere per essere felice in un momento di festa era lì: la caldaia (certo perché faceva freddo) e un insieme di persone che andavano e venivano di cui conosco davvero poco, ma che da quel momento sentivo come una famiglia. Incredibile mi ero fidato del consiglio di un’amica, mi sono buttato e non ho altro che ricevuto momenti di pienezza come questi. L’ultima tappa era in cappella, una stanza di passaggio. Visto che per me erano nuovi quei locali ho fatto caso anche alla struttura del caseggiato: la cappella ha due ingressi, uno da sul piano dove ci sono le stanze da letto, l’altra conduce fuori...come dire “prima di uscire passa di qui”...In questo luogo abbiamo avuto un momento di riflessione: mi ha colpito quando don Riccardo ha detto “non fate propositi per l’anno che verrà, perché tanto sarà difficile raggiungerli, ascoltate i propositi che Dio a pensato per voi”...in quel momento mi sono sentito più che in tutto la serata uguale per filo e per segno a quei ragazzi. Dio mi vuole condurre nello stesso posto in cui vuole portare questi ragazzi, perché non arrivarci insieme? Le fragilità ci sono, le scelte vanno rifatte ogni giorno, quindi io non sono davanti a loro in questo cammino. Poi il momento del falò, il conto alla rovescia e iniziano i botti; in questo momento i ragazzi hanno buttato dei foglietti in cui avevano scritto delle difficoltà incontrate, ma anche alcuni desideri; mi ha colpito come fossero rivolti sempre all’altro, delle difficoltà nello stare con l’altro, piuttosto che un pensiero per la famiglia di un altro. Tutto perché credo si sentano vicini nel loro cammino e tengano in fondo che anche il compagno superi le cadute, forse perché conoscono personalmente quanto sono dolorose. La timidezza di alcuni mi ha colpito, segno che quello che avevano scritto arrivava loro dal cuore e credevano pienamente a quel gesto, si stavano impegnando veramente per quel nuovo anno. Un divertente giallo ha concluso la serata, sono entrato pienamente nel personaggio proprio perché vedevo quanto i ragazzi stessi partecipavano all’avventura; mai visto una suora far correre spaventati tre uomini grandi e grossi, in effetti lei era un fantasma. Dietro a questa apparente leggerezza dei giochi, mi ha colpito la cura ai particolari che suor Jola e Beppe hanno avuto per l’intera serata, la passione per questo “lavoro” che gli educatori hanno credo sia una delle ragioni che tiene i ragazzi legati alla comunità, non penso che si sentano “educati”, piuttosto amati. Dietro le quinte un’equipe di cuoche ed aiutanti hanno fatto sì che la serata e credo anche il resto dell’anno, potessero essere stati un’esperienza di crescita nello scambio reciproco. Credo che la bellezza di quest'esperienza sia di tornare un po’ diversi da prima, cosa che forse succede tutte le volte che ci buttiamo e ci fidiamo di quello che abbiamo da dare, ma soprattutto di quello che gli altri ci possono dare, in modo speciale se questi “altri” sono persone che hanno vissuto e stanno vivendo una situazione di dolore in cui si riesce a capire ciò che di profondamente umano ci spinge a cadere, ma soprattutto ciò che di semplicemente divino ci spinge a rialzarci.
Daniele Grimaldi
Eh si questa volta ho passato capodanno in un posto speciale posso dire. Era da tempo che non festeggiavo così! Mi trovo a Man in Costa d'Avorio. E' un piccolo paese e tutto è molto famigliare. La nostra veglia l'abbiamo passata nella catedrale, c'erano piccoli, giovani, adulti e anziani. La veglia è stata guidata da un gruppo carismatico. E perciò potete immaginare le canzoni, molto belle (tutto stile R&B e fusion etnico). C'era il momento di lodare il Signore e tutti in piedi a ballare, alcuni davanti all'altare( anch'ione facevo parte), era una festa vera proprio, però per ringraziare Dio per l'anno che stava concludendosi... Poi veniva il momento di meditatione, preghiera, adorazione e poi messa fino all'anno nuovo, un allegria incredibile! Si sente quanto è bello lodare Dio, qui Dio è alla moda!!! E così ho passato il mio capodanno, e sono contento e mi trovo molto bene qui, dove sento quanto è importante aver un rapporto semplice e immediato!! Ecco qua!!!
Auguri a tutti e vi aspetto volentieri in Burkina Faso!!! Un abbraccio caldo!!!
Paul Kisyaba
La neve, il vento, il freddo e… una casa calda, un albero di Natale nel salotto, le candeline sul tavolo, i regali, il profumo dalla cucina, richiamano in noi il ricordo di Natale. È bellissimo pensare che in quel giorno così normale ma nello stesso tempo così speciale e misterioso, la famiglia si unisce attorno al tavolo e ad un albero. Diventa difficile immaginarsi il Natale nei paesi missionari dove il freddo a cui siamo abituati noi, lascia spazio a un caldo tremendo, dove nelle casette della gente non si mette l’albero di Natale perché semplicemente non ci starebbe e anche perché non c’è neanche questa tradizione, dove non tutti andranno a dormire con la pancia piena perché spesso non hanno il minimo necessario per vivere e chissà può darsi che neanche hanno sentito che Dio ha tanto amato il mondo da dare suo l’unico Figlio… Gesù Cristo – Dio fatto uomo, per la nostra salvezza. In quel piccolo Bambino è nata la speranza per ogni persona sulla terra… una luce che illumina i passi dell’umanità.
Qualche giorno fa ho sentito un missionario raccontare delle tradizioni natalizi di Guatemala. I giovani di là vivono il Natale come servizio nei confronti dei più bisognosi. Vanno da a casa a casa a visitare gli anziani abbandonati dalle loro famiglie, si fermano lungo le strade a prendersi cura dei bambini orfani, dei più poveri. Quello che gli spinge di farlo è la voglia di vivere pienamente la fede e di ricordare a tutti che Gesù è nato in una stalla, povero, bisognoso di tutto. Si è consegnato completamente nelle mani dell’uomo.
Tante volte mi incontro con le domande da parte dei giovani che vogliono prendere sul serio la loro fede, su come vivere davvero il Natale. Probabilmente non esiste una unica risposta che possa andare bene a tutti anche perché siamo molto diversi. Quello che è chiaro è il fatto che ogni giovane e non importa se vive in Europa, in Africa, in Asia, in Oceania o in America è invitato di aprire la porta del suo cuore a quel Piccolo Grande Amore – Gesù Cristo, che si rivela a noi a dicembre come un semplice, piccolo bambino che vuole crescere dentro di noi per diventare finalmente il tutto nella nostra vita. Solo radicati in Lui, nella Sua Parola anche noi saremo capaci di aprirci agli altri e a donare l’amore alle persone che ci vivono accanto ma anche a quelle lontane che spesso hanno bisogno di una mano disponibile. La nostra vita diventerà sempre più trasparente e bella, ricca di entusiasmo e di voglia di donarsi affinché tutti diventino una grande famiglia radunata attorno ad un tavolo.
E perché proprio quest’anno non aprire le porte della nostra casa a qualcuno che non sa dove andare… magari ad un nostro compagno di università che da poco è in Italia. Perché non apparecchiare il tavolo in mezzo una strada dove c’è la gente che dorme su un marciapiede anche in questi giorni di Natale e Capodanno…
sr. Jola
Pochi giorni fa in Congo RD ci sono state le elezioni presidenziali e stiamo aspettando ancora il risutato. Mi ha colpito molto la notizia trasmessa ieri dalla MISNA con le testimonianze delle persone che vivono nella capitale:
“È stato consigliato al nostro ufficio di chiudere in anticipo, alle ore 14.00, e a noi dipendenti di tornare a casa” ha detto alla MISNA una fonte congolese che lavora nello stesso viale in cui si trova la sede della Ceni, nel quartiere della Gombe a Kinshasa. Fonti della Caritas hanno confermato la fuga, attraverso il fiume Congo, di 3000 persone da Kinshasa verso a Brazzaville, la capitale della vicina Repubblica del Congo. Circa 4000 ragazzi di strada hanno abbandonato alcuni quartieri per cercare rifugio in zone più lontane dal centro. L’Unicef e il Programma alimentare mondiale dell’Onu hanno messo a disposizione 750 tonnellate di beni, principalmente viveri e medicinali, per un eventuale intervento di emergenza.
“Le voci si stanno amplificando – continua la fonte della MISNA dalla Gombe, che preferisce mantenere l’anonimato per motivi di sicurezza – si dice che i sostenitori del candidato di opposizione Etienne Tshisekedi provocheranno il caos in città se il presidente Joseph Kabila sarà annunciato vincitore. E che se vince Tshisekedi, sarà la guardia presidenziale a intervenire con la forza”.
Proviamo ricordare nelle nostre preghiere specialmente in questi giorni, questo popolo che soffre da tanti anni... mentre il mondo continua a tacere...
sr. Jola
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